Il “qui ed ora”, l’esperienza; tra la terapia della Gestalt di Perls e la filosofia orientale.

Il “qui ed ora”, l’esperienza; tra la terapia della Gestalt di Perls e la filosofia orientale.

 

“Dopo il 1936 avevo tentato di ri-ordinarmi. I dubbi censurati ed inespressi riguardo il sistema freudiano si estesero e mi sommersero. Diventati scettico, quasi nichilista: negavo tutto. Buddhismo-Zen-una religione senza Dio? E’ vero, allora accettavo molta parte dello Zen, in modo freddo e intellettuale” (Perls, 1969b, p. 67).

Così scrive Perls nella sua autobiografia Dentro e fuori la “pattumiera”; ed è questo è il primo accenno allo Zen del libro.

In che cosa consiste lo “Zen”?

Se parliamo del significato tradizionale del termine Zen, non abbiamo a che fare né con una religione né con una filosofia bensì con una metodologia dello spirito, della coscienza e della mente, che può essere adottata da chiunque in qualunque luogo e tempo.

Lo Zen è la ricerca della vita vera, libera e incondizionata e corrisponde quindi a tutte le nostre ricerche che vanno in quella direzione. Lo Zen siamo noi, è la nostra vita vissuta con la mente risvegliata da attaccamenti e condizionamenti dell’ego negativo che rende la nostra vita falsa e isolata dal mondo. La pratica seria dello Zen apporterà chiarezza ed energia, più consapevolezza e serenità.

Lo Zen si occupa della nostra vita, è un metodo pratico a disposizione di tutti per emanciparsi dalla ristretta visione personale che impedisce di percepire la verità che si nasconde sotto i nostri condizionamenti e attaccamenti.

E’ semplice, diretto e concreto e riguarda il vivere qui e adesso.

Come il Buddha si immerse in se stesso superando la sua visione personale, il praticante Zen si immerge nella vita attimo dopo attimo per cogliere la realtà e la verità di ogni singolo momento che è lo scorrere della vita stessa. Solo immergendosi direttamente in ogni attimo della nostra esistenza possiamo coglierne il significato e viverlo liberamente e creativamente in relazione con le circostanze che si presentano: l’attimo collegato al tutto, il tutto dentro un attimo.

Lo scopo della pratica dello Zen, se vogliamo parlare di scopo, è quello di condurre l’uomo a un’esperienza diretta della vita stessa, del momento stesso non più filtrato dai concetti delle parole che troppo spesso sostituiscono la realtà.  (Serra, p. 25-26, il grassetto è mio).

Qui e ora nozione chiave; l’importante è il presente.

La maggior parte di noi ha la tendenza a pensare ansiosamente al passato o all’avvenire, invece di essere completamente attenti ai nostri atti, parole e pensieri del momento. Conviene essere completamente presente in ogni gesto: concentrarsi qui e ora, così è la lezione dello Zen, (Deshimaru, 1977, p. 10, il grassetto è mio)

L’aspetto temporale è il primo punto esplicitamente condiviso tra Perls e lo Zen: il qui e ora.

Perls si distanzia dal ruolo cruciale rivolto al passato dalla psicoanalisi classica e afferma già in l’Io la fame e l’aggressività:

“Il centro del tempo di noi stessi, come eventi umani coscienti spazio-temporali, è il presente.

Non c’è altra realtà che il presente.

Il nostro desiderio di conservare di più il ricordo del passato o di anticipare il futuro può coprire interamente questo senso della realtà. Benché possiamo isolare il presente dal passato (le cause) e dal futuro (gli scopi), ogni rinuncia al presente come centro della bilancia – leva della nostra vita – porta ad una personalità squilibrata” (Perls, 1942, p. 102).

“Nulla esiste se non nel qui e ora. L’ora è il presente, il fenomeno, è ciò di cui si è consapevoli, è il momento in cui ci si portano dietro i così detti ricordi e le proprie così dette aspettative. (…) Certe persone allora se ne fanno un programma. Ne ricavano un postulato: “Si dovrebbe vivere nel qui e ora”. Io invece dico che non è possibile vivere nel qui e ora e che nonostante questo nulla esiste all’infuori del qui e ora.

(…) Se voglio ascoltare un disco, il suono inciso sul disco fa la sua comparsa soltanto quando la puntina e il disco si toccano, quando entrano in contatto. Non c’è suono del prima, non c’è suono del dopo. Se fermo il disco, anche se la puntina è ancora in contatto con il disco non c’è più musica, dato che c’è soltanto l’ora assoluto. Se si cancellasse il passato, o se si cancellasse l’attesa dei temi che verranno fuori tra tre minuti, ascoltare quel disco che c’è sul giradischi sarebbe una cosa inconcepibile. Ma se cancellate il presente non vi arriva più nulla. Anche da questo esempio, capite, che sia che ricordare, sia che prevedere sono cose che facciamo qui e ora. Forse allora potrei dire che l’ora non è la bilancia, ma il punto di sospensione, è il punto zero, è un nulla, e questo è l’ora.” (Perls, 1969, p. 49)

La fantasia può essere creativa ma è creativa soltanto se la fantasia, o quel che è, noi l’abbiamo nell’ora.

Nell’ora noi usiamo tutto quello che abbiamo a disposizione, e dobbiamo per forza essere creativi. Basta guardare dei bambini che giocano. Tutto quel ch’è disponibile è allo stesso tempo utilizzabile, e poi succede qualcosa, qualcosa che deriva dall’essere in contatto con ciò che è qui e ora.

Il paradosso sta nel fatto che per giungere a questa spontaneità, è necessario, come nello Zen, il massimo della disciplina. La disciplina consiste semplicemente nel comprendere le parole qui e ora e nel mettere da parte tutto quello che non è compreso nelle parole qui e ora (Perls, 1969, p. 59, il grassetto è mio).

Un aspetto consequenziale del qui e ora è il ruolo cruciale ricoperto dall’esperienza come modalità di apprendimento, di riorganizzazione, di adattamento creativo, per dirla in termini gestaltici. Quando cerco di definire e spiegare a qualcuno che mi chiede in che cosa consiste la Psicoterapia Gestalt rispondo in genere:

“… un’impostazione psicoterapeutica di tipo fenomenologica esperienziale ed esistenzialista”.

Esperienza è quindi un’altra parola chiave.

“La terapia della gestalt è quindi una terapia del “qui e ora”, in cui chiediamo al paziente di rivolgere tutta la sua attenzione, durante la seduta, a ciò che fa nel presente, a ciò che fa proprio nel corso della seduta stessa: appunto qui-e-ora (…) – chiediamo al paziente di diventare consapevole dei suoi gesti, della sua respirazione, delle sue emozioni, della sua voce e delle sue espressioni facciali, nonché dei suoi pensieri pressanti.

Sappiamo che quanto più diventa consapevole di se stesso, tanto più imparerà riguardo al suo sé. (Perls, 1973, p. 65)

Questo è un altro punto in comune con lo Zen, che attraverso la meditazione persegue la strada per la presentificazione e quindi della consapevolezza, del risveglio (satori) e dell’illuminazione.

il cardine del meditare è ritornare costantemente dal lavorio mentale al qui e ora.

“La pratica è questa. Ciò che dobbiamo sviluppare è la capacità di stare intensamente nel qui e ora.

Dobbiamo sviluppare la capacità di decidere, di fare questa scelta: “Questa volta non me la filerò”  Momento per momento siamo chiamati a decidere tra il mondo meraviglioso dentro la nostra testa e la realtà.

La pratica dello Zen mira a farci vivere con più agio, vivere con agio significa imparare a non passare la vita a sognare, ma stare con ciò che è qui e ora, qualunque cosa sia”. (Joko Beck, p. 19, il grassetto è mio).

Non si può imparare una pratica solo leggendone una descrizione o riflettendo sugli argomenti che la riguardano, per giungere alla chiarezza ed alla comprensione autentica dobbiamo imparare dall’esperienza, e lo Zen è soprattutto questo: l’esperienza diretta della vita, un tuffo nella realtà incondizionata della vita.

L’essenza dello Zen è trasmessa più direttamente attraverso l’esperienza di tutti i giorni che non con insegnamenti filosofici e teleologici. La filosofia o anche la padronanza degli insegnamenti buddisti non ti solleva affatto dalle sofferenze fino a quando non percepirai tu stesso la natura della tua vita.

Le quattro frasi che seguono sono l’essenza del buddismo Ch’an:

  1. 1.     Insegnare al di fuori delle dottrine
  2. 2.     Non basarsi sulle scritture

in questi primi due punti mi immagino la distanza di Perls nei confronti di una produzione teorica chiara e “forte”, dall’intellettualizzazione, dal filosofeggiare, dall’aboutism. Questi aspetti vengono accademicamente ancora oggi considerati come una debolezza della Psicoterapia Gestalt.

Per me, invece, l’eterogeneità, la complessità e l’indefinitezza teorica dell’approccio gestaltico rappresentano una ricchezza onnicomprensiva paragonabile proprio ai concetti di Zen e di Tao.

Se si definiscono non sono più tali, se si perseguono nell’esperienza tutto possono comprendere.

  1. 3.     Mirare direttamente alla mente e al cuore delle persone

Lo stare “in contatto” con quello che c’è, difficile nella pratica quando ci sono da soddisfare immagini, ruoli ed aspettative, modi giusti di fare le cose, di stare al mondo.

  1. 4.     Svela la natura propria e diventa Buddha

Essere consapevoli di quello che si è e realizzarsi come tale. “Una rosa è una rosa è una rosa”

 

Lo Zen è stato descritto come uno speciale insegnamento senza scritture, al di là delle parole e delle lettere, che mira all’essenza spirituale dell’uomo, che vede direttamente nella sua natura, che raggiunge l’illuminazione. “Lo Zen non è una setta ma un’esperienza” (Senzaki, Reps, p. 9-10)

Perls, aveva riscontrato alcune difficoltà con la ritualità e gli aspetti simbolici tipici delle filosofie orientali e afferma:

“Lo Zen mi aveva attirato in quanto rappresentava la possibilità di una religione senza un Dio.

Mi sorprese constatare che prima di ogni seduta dovevamo inchinarci ed invocare una statua del Buddha.

Simbolismo o no, per me si trattava ancora una volta, di reificazione che portava alla deificazione.

La mia visita in Giappone fu un fallimento per ciò che riguarda i risultati raggiunti con lo Zen. Rafforzò in me la convinzione che, così come nella psicoanalisi, ci deve essere qualcosa che non va, se ci vogliono molti anni e decadi per arrivare da nessuna parte. Il più che si può dire è che la psicoanalisi crea psicoanalisti e lo studio dello Zen monaci Zen. Il valore di entrambi, l’allargamento della consapevolezza e la liberazione del potenziale umano, dev’essere affermato: l’inefficacia di entrambi i metodi dev’essere negata. Non possono essere efficaci perché non sono centrati sulla polarità del contatto e del ritiro, il ritmo della vita (Perls 1969b, p. 82-83, il corsivo è mio).

Empatizzo con Perls. Io ho avuto ed ho diverse difficoltà nell’assimilare la disciplina e la ritualità in generale e che la pratica di un’arte marziale richiede; ho impiegato un paio di anni di attività prima di incominciare ad avvertire che tirare un pugno non è solo tirare un pugno.

Tuttavia fino ad ora non posso che affermare di averne tratto un certo giovamento, senza tuttavia riuscire a definire bene in che cosa. E non ho consapevolezza di aver deificato.

Perls, inoltre, aveva anche vissuto come una polarizzazione la modalità che più viene utilizzata per acquisire consapevolezza nello Zen, ovvero la meditazione.

“…la meditazione, come del resto l’analisi è una trappola. Come l’analisi, è una trappola. Come la psicoanalisi crea uno squilibrio, anche se questo si verifica all’altro estremo della scala.

Questi due meccanismi si possono paragonare al processo della defecazione. La stitichezza e la diarrea sono tipi opposti di scarica ed entrambi interferiscono con la funzione ottimale (+) opposto a (-). In psichiatria si osservano gli opposti di stupore catatonico (-eccitazione) e di schizofrenia (+eccitazione). La meditazione, né cagare, né allontanarsi dal vasino, mi sembra un’educazione alla catatonia, mentre la tecnica psicoanalitica del volo delle idee mi sembra promuova il pensiero schizofrenico. Ho fatto esperienza sia dello stare seduto tranquillo nello Zendo, sia una produzione verbosa sul lettino. Ora entrambe riposano sotto le pietre tombali della mia pattumiera (Perls 1969b, p. 82-83).

Quest’ultimo frammento di Perls evidenzia quanto per lui fosse essenziale un secondo aspetto che ritengo associabile al pensiero orientale: la polarità. Ma di questa ne parlerò nel prossimo post

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