Il corpo e la corporeità come confine

Il corpo e la corporeità come confine

        Il “confine” è una zona di spessore e densità variabile che per sue caratteristiche intrinseche suscita spesso interesse ed eccitazione. Sono proprio i limiti, i confini naturali ad aver posto storicamente e anche oggi le sfide più stimolanti per l’umanità impegnata ad allargarli attraverso l’esplorazione e la conoscenza: attraversare un fiume, un lago, un mare, un oceano, scalare una montagna, superare un valico, una foresta, un deserto fino all’oltrepassare l’atmosfera terreste e lo spazio. Non di meno lo sono i confini formali tra le nazioni, dove si attivano tensioni, dove da Gerico a Berlino nascono e crollano muri, dove possono avvenire o avvengono gli scambi, controlli, pedaggi e invasioni, confini che sono cambiati e cambiano sempre nella storia ed hanno tracciato le estremità di imperi o di un castello; con non poche analogie intrapsichiche con quelli precedentemente elencati, anche gli esseri umani possono percepire dei confini – cum finis ovvero insieme-termine, dove “finiamo”.

Per psicoterapeuti e counsellor gestaltici diventa importante sostenere la consapevolezza di quello che accade proprio in questa dimensione; non a caso l’elemento principe e caratterizzante la psicoterapia della gestalt è il “contatto” ovvero “ciò che avviene tra organismo e ambiente”, nell’incontro tra se stessi e l’ambiente, tra se stessi e l’altro.

Il contatto assume anche una funzione propedeutica al processo di assimilazione rivolto al cambiare, al crescere, allo svilupparsi e autorealizzarsi, in sintesi “all’espandere il sé”.

“La fase del contatto è il punto in cui si sperimenta il ‘me’ in relazione a ciò che è ‘non me’, e attraverso questo contatto, tutti e due sono sperimentati più chiaramente (…) non solo il senso del proprio sé, ma anche il senso di tutto ciò che va a sbattere su questo confine, qualsiasi cosa appaia al confine di contatto o venga incorporato in esso” (Polster –  Polster, 1973 pp. 102 – 103, il corsivo è mio)

Questa definizione evidenzia che l’avere contatto non è semplicemente incontrarsi al confine, nel senso di sfiorarlo, ma comporta uno “scambio” nel quale è necessario esserci in due e per esserci è necessaria la presenza, l’energia, la curiosità, l’apertura, la disponibilità a correre dei rischi.

Date queste premesse e considerazioni sembra che ci si possa avvicinare a concetti   come quelli di “confine”, di “contatto” e di “confine di contatto” esclusivamente in forma astratta ed intellettuale. Esiste anche un aspetto del “contatto” che è di fatto corporeo: la pelle, la distanza dagli altri, il modo in cui si definisce la propria presenza con la postura, le sensazioni radicate nel corpo che possono orientare ciò che è assimilabile da ciò che non lo è; inoltre, gran parte del contatto con l’ambiente – cum tangere, che significa appunto “toccare insieme” è di per se stesso di natura fisica: il contatto che si effettua toccando coinvolge la pelle e i muscoli, l’entrare in contatto con lo sguardo implica l’uso dell’apparato visivo, la negoziazione dello spazio fisico, della distanza, passa attraverso posizioni, posture, gesti e movimenti che sono corporei.

Il tema del corpo come confine che mi sembra una buona via per sostenere la resilienza nelle persone, mi piace e lo trovo interessante e saliente sia come amante del body work, sia come istruttore di arti marziali.

2 Comments

  1. rosanna

    Ciao Alberto, volevo che mi spiegassi cosa consiste il “body work”. E’una serie di esercizi fisici per la consapevolezza delle proprie tensioni? Come si svolge una seduta di body work? A che cosa serve? Sostituisce il dialogo con lo psicoterapeuta o lo completa?

    • Alberto

      Ciao Rosanna questa tua domanda è una buona occasione per scrivere anche un articolo. Il body-work è un termine ombrello sotto il quale rientrano diverse pratiche di consapevolezza psico-corporea e sviluppo dell’energia interna (Meditazione, T’ai chi, Qigong, Yoga, ecc,) e anche terapie basate sul lavoro corporeo e il respiro (Arti marziali, Bioenergetica, Rebirthing) fino ad arrivare al vero e proprio contatto fisico (Shiatzu, Feldekrais, Rolfing, Lomi); queste categorie sono puramente indicative, è difficile stabilire le linee di confine chiare quando è tutto complesso e interconnesso.
      I due concetti di fondo a tutte queste pratiche sono l’approccio olistico e l’attenzione all’essere presenti a se stessi nel qui ed ora.
      Per olismo si intende una visone integrata ed indissolubilmente collegata tra il corpo biologico e concreto e gli aspetti astratti della percezione esistenziale del nostro stare al mondo che possiamo chiamare psiche, mente e spirito.
      L’attenzione agli aspetti corporei non può che essere nel presente; io respiro edesso e respiro in questo modo; io percepisco una tensione adesso, in quel posto, la tensione cambia adesso che ci faccio caso e ne sono consapevole, oppure non sento niente e sentire niente è un grande tema contemporaneo; molte persone non sono in grado di definire come si sentono e cosa sentono.
      L’essere presenti anche nella corporeità attraverso le pratiche ci può affrancare dagli aspetti legati al pensiero e alle dimensioni del passato o del futuro sostenendo un’esperienza esistenziale dove la velocità è inferiore e la calma e la consapevolezza aumentano, esperienza che si può definire come pace interiore o serenità.
      Io ho sempre trovato molto efficace l’approccio corporeo perchè è quello radicato nelle sensazioni, nelle dimensioni esistenziali che individualmente definiscono il nostro essere ed i nostri bisogni per quello che è.
      Ritornando alla tua domanda, qualunque sia il percorso terapeutico legato al corpo non sostituisce una terapia centrata maggiormente sulla parola, al massimo la integra.
      Non è detto che il lavoro terapeutico corporeo sia il migliore per tutti, per diverse persone potrebbe non essere funzionale.
      Quello che a me è chiaro è che il body-work ha un accesso più privilegiato a dimensioni profonde e cruciali dell’esistenza umana; io sono molto convinto di questo, per quella che è stata la mia esperienza di formazione nella Gestalt e nel Lomi, e anche per l’esperienza testimoniata dalle persone con le quali ho condiviso e condivido il mio percorso formativo.
      Penso che farebbe molto bene individualmente alle persone ma anche alla società tutta se dedicassimo tempo alla pratica e tornassimo di più al nostro corpo, cioè a noi stessi.

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